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Abstract
L'architettura del secondo ’900 spesso manca di tutela formale e valorizzazione, come dimostra il Padiglione dell’Esprit Nouveau di Bologna (1977), replica dell'originale di Le Corbusier (1925). In tale contesto, il progetto illuminotecnico amplia il tradizionale restauro materico, diventando uno strumento attivo per trasmettere la conoscenza dell'opera e incentivarne la fruizione pubblica. Lo studio indaga come coniugare la progettazione illuminotecnica contemporanea con l'identità fisica e concettuale dell'opera, ricercando un equilibrio tra tutela dei caratteri originari, normative vigenti e flessibilità funzionale. Il modello digitale realizzato consente di ricostruire ed esplorare molteplici scenari luminosi per l'approfondimento storico-critico e progettuale. Avviata con una ricerca storico-bibliografica sulla visione della luce in Le Corbusier e sui principi del restauro, la tesi analizza l'illuminazione naturale e artificiale dello stato di fatto tramite rilievi fotometrici e simulazioni digitali, confrontandoli con i parametri normativi. Emerge così la volontà compositiva di Le Corbusier di usare la luce per scansionare lo spazio attraverso sequenze di compressione e dilatazione, accentuate dall'immaterialità del mezzo luminoso. La ricerca definisce quindi nuovi scenari di luce integrati per attività culturali e di visita, oltre a un sistema esterno volto a valorizzare la presenza serale del padiglione nel contesto urbano. Il lavoro dimostra la necessità di superare l'applicazione rigida delle normative negli spazi ibridi o nelle case-museo, dove le esigenze espositive devono convivere con la suggestione percettiva originaria. La luce si conferma così uno strumento progettuale autonomo e minimamente invasivo, capace di restituire significato all'architettura e riattivare il legame tra l'edificio e la comunità.

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